But do something

Ho “rubato” questa frase a Mario Draghi. Tre parole.
Semplici, quasi banali. Ma in quelle tre parole c’è una filosofia intera: fai qualcosa.

Non “fai la cosa giusta”.
Non “fai la cosa migliore”.
Non “fai quella che ti conviene di più”.
Solo: fai.

Perché c’è una trappola in cui tutti, prima o poi, cadiamo: aspettare.
Aspettare la condizione perfetta, il momento giusto, il segnale inequivocabile.
È un’attesa che somiglia alla procrastinazione, ma con un abito elegante.

La verità è che nel lavoro creativo — e non solo — la perfezione è un miraggio.
E mentre cerchiamo la strada più sicura, finiamo per non muoverci affatto.

Oggi, se mi chiedessero quale sia la mossa giusta per il mio percorso, direi onestamente: non lo so.
Eppure, so che restare fermo sarebbe la mossa peggiore di tutte.

Nel mio lavoro, le svolte arrivano quasi sempre in corsa:

  • Un’idea improvvisata che diventa un progetto.
  • Un prototipo scartato che apre una direzione nuova.
  • Un esperimento sbagliato che insegna più di mille ragionamenti.

Muoversi non è una garanzia di successo.
Ma è una garanzia di apprendimento.
E l’apprendimento, alla lunga, costruisce direzione.

Forse la velocità non si trova in un piano perfetto.
Forse nasce proprio dalla decisione di partire.

E quindi sì: but do something.
Perché anche il passo storto è meglio del passo mancato.